Il gruppo Ferrero rappresenta un’eccezione in un Paese dove si registrano ogni anno due proteste al giorno.
L’Italia è il Paese degli scioperi (quasi due stop al giorno lo scorso anno, equivalenti a 665 giornate effettive di astensione dal lavoro solo nei servizi pubblici).
Di lavoratori nelle piazze a Roma e nelle varie provincie a difesa del proprio posto, se ne contano tutti i giorni, contro le chiusure degli stabilimenti o la delocalizzazione degli stessi, o ancora per protestare nei confronti delle politiche del governo (Jobs Act) e non solo.
In questo scenario dove domina il malcontento, esistono alcune isole felici, nelle quali il termine sciopero è pressoché sconosciuto.
Tra queste c’è il regno della Nutella (inventata 50 anni fa), la Ferrero di Alba dove, come sottolineato dal presidente Francesco Paolo Fulci, «non c’è mai stata un’ora di sciopero».
Il segreto della sintonia tra proprietà e forza lavoro oltre 6.500 i dipendenti nei quattro impianti in Italia, su più di 30mila nel mondo, interinali compresi, è racchiuso nel DNA della famiglia Ferrero fin da quando Pietro Ferrero, nel ’42 aprì ad Alba, in via Rattazzi, un laboratorio «per fare esperimenti e inventare golosità».
Questo il dogma Ferrero: priorità ai valori umani, sociali e all’ambiente; servizio alla comunità. «Ancora adesso – spiega il presidente Fulci – i Ferrero e i lavoratori dell’azienda sono uniti come fossero una sola famiglia».
Questo attaccamento all’azienda si evince ogni giorno come quando nel novembre di vent’anni fa, lo stabilimento di Alba insieme alle linee delle prelibatezze Nutella, Kinder, Mon-Cherì e Rocher, fu sommerso dalla piena del torrente Taloria: un disastro proprio in prossimità delle festività natalizie, quantificato in 135 miliardi delle vecchie lire, che avrebbe messo a rischio migliaia di posti di lavoro. Ci vollero due settimane di duro lavoro degli stessi dipendenti e di buona parte della cittadinanza per far ripartire l’impianto e assicurare la produzione di tutte le delizie per il Natale.
Il modello imprenditoriale voluto da Michele Ferrero negli anni ’60, portato avanti dal figlio Giovanni, e improntato su quel capitalismo che punta a sviluppare forti legami con il territorio in cui opera e risultato determinante nel creare il rapporto collaborativo con i dipendenti, ha di fatto messo in pratica le idee di un altro imprenditore piemontese degli anni ’50/’60: Adriano
Olivetti, il «papà» della responsabilità sociale. Nella concezione di Olivetti, infatti, un’impresa doveva creare ricchezza, realizzare profitti, diffondere attorno a sé solidarietà sociale, cultura, bellezza e qualità della vita.
Venendo ai giorni nostri un altro imprenditore del centro Italia, più precisamente Umbro, Brunello Cucinelli Il re del cachemire, ha adottato questa filosofia, lo scorso anno in prossimiità delle feste natalizie ha deciso di condividere gli utili di un anno molto positivo con tutti i suoi 783 dipendenti ed ha preparato un regalo di Natale da 5 mln di euro: in ciascuna busta paga ci saranno 6.385 euro in più.
Un vero e proprio regalo di Natale. Che va decisamente in controtendenza rispetto allo stato di salute attuale dell’economia italiana.
Cucinelli parla di “dignità del profitto” dove l’impresa, non deve cercare il profitto ad ogni costo, anzi l’imprenditore e tutti i suoi collaboratori devono aiutare la terra in cui operano. Dove i nostri artigiani, sono pagati troppo poco rispetto a quanto è il valore finale di vendita del prodotto. Dobbiamo ridare dignità alle persone.
Una teoria che Michele Ferrero ha voluto quindi esportare anche negli impianti, realizzando, nelle aree più povere dei Paesi emergenti, le cosiddette «Imprese sociali» allo scopo di crearvi posti di lavoro e sostenere la crescita e l’educazione dei giovani attraverso un fondo alimentato costantemente sulla base dei volumi prodotti ogni anno dalle fabbriche.
E se – altro motivo di soddisfazione della forza lavoro – nonostante la congiuntura economica avversa, l’azienda ha fissato per i dipendenti una serie di bonus al raggiungimento degli obiettivi (1.900 euro per il periodo 2014/2015, 2.025 per la campagna produttiva al 2016 e 2.150 per quella successiva: 2016/2017), la Fondazione Ferrero, nata nel 1991 dalla precedente «Opera sociale» (lo slogan è Lavorare, Creare, Donare), si occupa degli ex lavoratori, circa 3.300 «anziani», allo scopo di non far mancare loro, seppur in età avanzata, il senso di appartenenza all’azienda.
L’accordo sui bonus, raggiunto in luglio con i sindacati, consente anche l’innalzamento dei permessi retribuiti a carico dell’azienda in occasione della nascita di un figlio, stage all’estero e sussidi agli studi universitari. È il «Welfare Ferrero» che guarda anche alla salute (convenzioni con cliniche mediche), allo svago (locali con palestre, biblioteche, auditorium), al sostegno alle famiglie (l’asilo-nido accoglie 75 piccoli) e ai passatempo dei propri pensionati. Una multinazionale a misura di lavoratore, dunque. Ecco il modello Ferrero e la sua ricetta che, come affermato dal presidente Fulci, ha permesso di non generare mai scioperi sulla linea della Nutella: 350mila tonnellate prodotte ogni anno della crema di nocciole e cacao più famosa e imitata al mondo.




