Chiamatelo “viral marketing” o, un po’ più all’italiana, “marketing virale”, ma il succo è lo stesso: chi ci sa fare sa come spargere in rete il desiderio di acquistare un prodotto…
Il marketing virale possiamo chiamarlo anche in italiano, “passaparola virtuale”. Espressione simpatica, ma poco accattivante per gli strateghi del marketing aziendale.
Il marketing virale non è nient’altro che l’evoluzione del Passaparola che ancora oggi si usa, ma che ha fatto un salto qualitativo e quantitativo grazie al web e sopratutto negli ultimi anni ai social.
Creare dei contenuti o video virali hanno da parte di chi realizza l’operazione di marketing, l’obiettivo consistente nell’attivare il passaparola che porterà gli utenti in rete destinatari dell’operazione a farsi essi stessi veicoli del messaggio promozionale, ricoprendo oltre al ruolo passivo di cliente potenziale, quello di attivo tramite pubblicitario.
Quando si parla di condivisione dei contenuti e di viralità di un post su Facebook, tuttavia, le emozioni, anche quelle negative, giocano un ruolo importante. Condividiamo un articolo di giornale sulla nostra bacheca perché ci scandalizza, perché ci indigna, perché contribuisce a dimostrare ai nostri contatti quello che non siamo. Oppure, al contrario, perché espone in modo chiaro ed inequivocabile uno dei valori in cui crediamo, oppure uno dei tratti caratteriali che siamo convinti di possedere. O ancora, perché semplicemente suscita un’emozione o una caratteristica accettata socialmente come positiva, ad esempio compassione, simpatia e integrità morale.
Spesso contenuti virali vengono fatti anche per fini di solidarietà e per cause nobili come il caso recente della PAsta Rummo
Oltre 100mila persone raggiunte in 72 ore, più di 70mila partecipanti e un nome, quello del pastificio Rummo, che è diventato una mission.
Sono i numeri della campagna di solidarietà partita sui social all’indomani della terribile alluvione che nella notte tra il 14 e 15 ottobre ha flagellato il Beneventano. Vittime, sfollati, scuole chiuse e aziende devastate. Tra queste lo storico pastificio sannita: macchinari, materie prime, quintali di prodotti sano andati distrutti mettendo in ginocchio uno dei fiori all’occhiello del Mezzogiorno
Su Facebook è arrivato quest’appello: “Salviamo le nostre eccellenze, #SaveRummo. Per i lavoratori, per il marchio, per l’impresa e per il nostro Sud”. E i partecipanti, da vip a persone comuni, aumentano di ora in ora. Per contribuire bastano tre mosse: invitare gli amici di Fb all’evento; acquistare pacchi di pasta Rummo; postare su Facebook una foto della confezione appena comprata, con l’hashtag #SaveRummo.
Vediamo altri Esempi di Viral Marketing: Viral series
Come fare a rendere virale un tema certamente poco accattivante come i frullatori? E’ quanto l’azienda Blendtec si è domandata al momento del lancio di un nuovo prodotto. Come fare a rendere virale un frullatore? La risposta brillante è stata creare la serie “Will It Blend?” (Si frullerà?): una serie di video dove ogni volta un attore cerca di frullare qualcosa che assolutamente non bisognerebbe frullare! I video, oltre ad essere un divertente esempio di viral marketing, trasmettono anche l’idea che il prodotto in oggetto – il frullatore- è sicuramente di buona qualità: se riesce a frullare ipad, pistole ad aria compressa, ecc… figuriamoci come frulla frutta e verdura!!!
Il video che segue è stato il primo su You Tube a superare la soglia del milione di visualizzazioni. Nel 2006 Nike lanciò una campagna per promuovere la Tiempo Legend, una scarpa indossata dalla leggenda del calcio Ronaldinho. Il video è un fake, ma rimane comunque grande tra gli esempi di viral marketing.




